Fonte: www.farmacista33.it
Secondo il nono Rapporto Inail sono oltre 54.000 le denunce di contagi sul lavoro dovuti a Covid, con un aumento di 1.919 rispetto alla precedente rilevazione
Sono oltre 54.000, al 30 settembre, le denunce di contagi sul lavoro dovuti a Covid all’Inail, secondo il nono Rapporto, con un aumento di 1.919 rispetto alla precedente rilevazione, risalente al 31 ottobre.
Dati, questi, che riportano in auge il nodo relativo alla responsabilità del datore di lavoro, anche nel caso in cui vengano rispettati tutti i protocolli di sicurezza previsti. Se è vero che nel corso della prima ondata l’Inail aveva chiarito come «dal riconoscimento del contagio come infortunio sul lavoro non derivi automaticamente una responsabilità del datore di lavoro», da parte delle imprese resta il timore che per accertare l’eventuale dolo si rischi un procedimento penale. A ritornare sulla preoccupazione è anche la Fondazione consulenti del lavoro, che invoca un confronto governo-parti sociali per portare chiarezza.
Dati Inail segnalano più casi nella sanità e al nord-ovest
I dati sono stati diffusi a fine mese da Inail e sono contenuti nel nono report nazionale elaborato dalla Consulenza statistico attuariale dell’Istituto. «Al 30 settembre», vi si legge, «i casi segnalati all’Inail sono 54.128, pari a circa il 15% del complesso delle denunce pervenute dall’inizio dell’anno, con un’incidenza del 17,2% rispetto al totale dei contagi nazionali comunicati dall’Istituto superiore di sanità (Iss) alla stessa data e concentrati soprattutto nei mesi di marzo (51,2%) e aprile (33,8%). Rispetto al monitoraggio precedente, effettuato al 31 agosto, le denunce in più sono 1.919, di cui 1.127 relative a infezioni avvenute in settembre e le altre 792 nei mesi precedenti, per effetto del consolidamento dei dati». Il settore più colpito «è quello della sanità e assistenza sociale – che comprende ospedali, case di cura e di riposo, istituti, cliniche e policlinici universitari, residenze per anziani e disabili – con il 70,3% delle denunce e il 21,3% dei decessi codificati, a cui segue l’amministrazione pubblica (attività degli organismi preposti alla sanità – Asl – e amministratori regionali, provinciali e comunali), in cui ricadono l’8,9% delle infezioni denunciate e il 10,7% dei casi mortali. Gli altri settori più colpiti sono i servizi di supporto alle imprese (vigilanza, pulizia e call center), il manifatturiero (tra cui gli addetti alla lavorazione di prodotti chimici e farmaceutici, stampa, industria alimentare) e le attività dei servizi di alloggio e ristorazione».
Guardando i dati relativi all’intero periodo della crisi, e «ripartendo l’intero periodo di osservazione in due intervalli – fase di “lockdown”(fino a maggio compreso) e fase “post lockdown” (da giugno a settembre) – si riscontrano significative differenze in termini di incidenza del fenomeno nei vari ambiti di attività. Per l’insieme dei settori della sanità, assistenza sociale e amministrazione pubblica, in particolare, si osserva una riduzione dell’incidenza delle denunce, passata dall’80,6% dei casi codificati fino a maggio al 54,2% del quadrimestre successivo, con un nuovo incremento della quota nel solo mese di settembre. Viceversa, la graduale ripresa delle attività sospese durante il lockdown è stata accompagnata da un aumento della quota di denunce in altri settori, a partire da quelli che nel periodo estivo hanno avuto una crescita di lavoro, come i servizi di alloggio e ristorazione (passati dal 2,5% del primo periodo al 6,4% del quadrimestre successivo), il commercio (dall’1,4% al 3,4%) o i trasporti (dall’1,1% al 4,9%)». In merito poi alle professioni sanitarie, «la categoria dei tecnici della salute – con il 39,2% delle infezioni denunciate, oltre l’83% delle quali relative a infermieri, e il 9,5% dei casi mortali – si conferma la più colpita, seguita dagli operatori socio-sanitari (20,6%), dai medici (10,1%), dagli operatori socio-assistenziali (8,9%) e dal personale non qualificato nei servizi sanitari, come ausiliari, portantini e barellieri (4,7%), anche se dopo il lockdown l’incidenza delle professioni sanitarie sul totale dei contagi da Covid-19 si è progressivamente ridotta» per tornare a crescere appunto a settembre. In merito alla distribuzione territoriale, «più della metà delle denunce presentate all’Istituto (55,1%) ricade nel Nord-Ovest, seguito da Nord-Est (24,4%), Centro (11,9%), Sud (6,2%) e Isole (2,4%)».
Responsabilità del datore di lavoro: resta il rischio procedimenti
Al di là dei dati, a ogni modo, resta la problematica della responsabilità del datore di lavoro, che si è venuta a porre all’indomani del riconoscimento da parte di Inail del contagio da Covid-19 in ambiente di lavoro come infortunio: sul tema, durante la prima ondata, si erano susseguiti diversi tentativi di chiarimento, a partire dalle circolari di maggio dell’Inail, secondo cui «la responsabilità del datore di lavoro è ipotizzabile solo in caso di violazione della legge o di obblighi» relativi a «protocolli e nelle linee guida governativi e regionali» e «in assenza di una comprovata violazione, sarebbe molto arduo ipotizzare e dimostrare la colpa del datore di lavoro». Nella cosiddetta legge Liquidità poi si era cercato limitare ulteriormente l’ambito: «Ai fini della tutela contro il rischio di contagio da Covid-19, i datori di lavoro pubblici e privati adempiono all’obbligo di cui all’articolo 2087 del Codice Civile» che fissa il dovere generale di tutela dei lavoratori «mediante l’applicazione delle prescrizioni contenute nel protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del Covid-19 negli ambienti di lavoro, sottoscritto il 24 aprile 2020 tra il Governo e le parti sociali e negli altri protocolli e linee guida (di cui all’articolo 1, comma 14, del decreto-legge 16 maggio 2020, n. 33), nonché mediante l’adozione e il mantenimento delle misure previste». Ma sul tema, settimana scorsa è intervenuto il presidente della Fondazione Studi consulenti del lavoro, Rosario De Luca, come riferisce il sito, mettendo in particolare in risalto «le incertezze esistenti, su dove e come avvenga il contagio, che creano una situazione di grande disagio tra gli imprenditori. Ed è un problema non da poco. I dubbi interpretativi delle norme vigenti rendono complessa la vita delle imprese anche quando sono in regola con le misure di prevenzione. Le regole ultimamente introdotte non escludono la responsabilità penale del datore di lavoro, che vedrà riconosciuto il proprio comportamento lecito solo alla fine del relativo procedimento. Per questo è urgente, considerando l’impennata attuale, avviare una riflessione con le parti sociali per arrivare a una norma».





